Il governo italiano ha in cantiere due nuovi provvedimenti in materia di sicurezza, un decreto legge “recante disposizioni urgenti per il potenziamento operativo e organizzativo del ministero dell’interno e delle forze di polizia” e un disegno di legge “in materia di sicurezza pubblica, di immigrazione e protezione internazionale, nonché di funzionalità delle forze di polizia e del ministero dell’interno”. La notizia è stata fatta trapelare immediatamente dopo il grave fatto di cronaca avvenuto a La Spezia, dove uno studente ha ucciso un compagno di classe con un coltello.
Non si tratta di una coincidenza, ma di una tecnica di governo ormai strutturale: la cronaca come shock emotivo, l’eccezione come fondamento della norma, il fatto individuale trasformato in giustificazione di un intervento generale e permanente. La violenza non viene compresa, ma strumentalizzata. Non interrogata nelle sue cause materiali, ma piegata a rafforzare l’ordine.
I due interventi arrivano a pochi mesi dall’ennesimo decreto sicurezza (aprile 2025) e a due anni dal cd. decreto Caivano, primo snodo di una riforma apertamente punitiva della giustizia minorile. Un continuum normativo che non risponde a emergenze reali, ma costruisce un’emergenza permanente, funzionale all’espansione del potere repressivo dello Stato.
La sicurezza contro i diritti: un rovesciamento politico
Il pacchetto normativo introduce un insieme coerente di misure che incidono sull’ordine pubblico, sul diritto penale, sul governo delle migrazioni e sul rafforzamento dei poteri e prerogative delle forze dell’ordine.
I due testi sono complementari e concorrono a ridefinire il rapporto tra sicurezza, prevenzione e garanzie, spostando l’asse dell’intervento pubblico verso una anticipazione del sistema repressivo. È una scelta politica precisa.
La sicurezza diventa così un dispositivo ideologico che legittima l’anticipazione repressiva e neutralizza il conflitto sociale trattandolo come patologia.
Città selettive: zone rosse, daspo e segregazione urbana
Sul piano dell’ordine pubblico, il cuore della riforma è l’estensione dei poteri amministrativi di prevenzione. Vengono ampliate le possibilità di limitare l’accesso e la permanenza negli spazi urbani attraverso l’estensione dei “daspo urbani” e l’introduzione delle cosiddette zone a vigilanza rafforzata, le “zone rosse”.
L’ampliamento dell’estensione delle zone rosse e del daspo rappresentano un vero e proprio punto di rottura: atti amministrativi straordinari che producono restrizioni generalizzate e durature dei diritti fondamentali.
Qui non si reprimono reati, ma presunte pericolosità. La città viene spezzata in spazi legittimi e spazi proibiti, attraversabili solo da chi è conforme, produttivo, innocuo. La sicurezza si traduce in segregazione amministrativa. Lo spazio urbano viene riscritto come territorio condizionato. La presenza diventa legittima solo se invisibile o economicamente utile. Tutto il resto è eccedenza da governare.
A questo si aggiungono perquisizioni preventive, fermi di prevenzione, controlli rafforzati durante manifestazioni pubbliche, estensione della videosorveglianza e introduzione di sistemi biometrici di identificazione. Il controllo non si limita più a reprimere: anticipa, filtra, seleziona.
È un dispositivo che colpisce direttamente il dissenso, come dimostrano i procedimenti avviati contro i manifestanti propal, destinatari di molteplici misure di prevenzione per il sol fatto di aver aderito ad una protesta non gradita dalle forze governative.
Nemici interni: minori, migranti, manifestanti
Se uno dei provvedimenti punta a rafforzare apparati e carriere delle forze dell’ordine, l’altro è già stato ribattezzato “decreto anti maranza”: una definizione che rivela più di quanto vorrebbe nascondere. La criminalizzazione martellante degli ultimi anni ha prodotto proprio quell’immaginario del nemico giovanile che oggi viene additato come emergenza.
Minori e giovani diventano il laboratorio avanzato di questa politica securitaria. Ammonimenti estesi, sanzioni ai genitori, arresti e misure cautelari anche per minorenni. Nessun investimento in educazione e prevenzione.
Il disagio viene trattato come colpa. La fragilità come pericolo. I minori come “maranza”, categorie di rischio da neutralizzare. Qui la prevenzione viene completamente svuotata del suo significato sociale e trasformata in previsione poliziesca. Non si interviene sulle condizioni materiali del conflitto, ma si anticipa il controllo sui corpi ritenuti a rischio. Non si previene il danno: si previene il soggetto.
Attraverso questi nuovi provvedimenti viene definitivamente sigillato il paradigma dei nemici interni. Minori, stranieri, manifestanti, soggettività conflittuali: non più portatori di diritti, ma portatori di rischio. Il controllo non riguarda più ciò che si fa, ma ciò che si è. L’identità diventa una categoria di polizia.
Più reati, meno giudici: la repressione senza processo
Sul piano penale il pacchetto produce un irrigidimento generalizzato: aumento delle pene per i reati contro il patrimonio, estensione dell’arresto in flagranza differita, trasformazione del porto di coltelli da contravvenzione a delitto, introduzione del reato di fuga all’alt delle forze dell’ordine.
Parallelamente, alcune fattispecie legate alle manifestazioni vengono depenalizzate, e sostituite da sanzioni amministrative elevatissime, irrogate direttamente dall’autorità di polizia. È il caso ad esempio della previsione di cui all’art. 18 del testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza, che attualmente prevede una ipotesi di reato per i promotori di una manifestazione non preavvisata alle autorità di pubblica sicurezza e di quella prevista dall’art. 24 del medesimo testo unico che punisce coloro che nel corso di una manifestazione non rispettano l’ordine di discioglimento delle forze di polizia. Norme che, in sede processuale, hanno trovato difficile applicazione. La trasformazione di queste in illeciti amministrativi invece porterà ad una immediata applicazione di una sanzione pecuniaria fino a 20.000 euro, limitando così in maniera più efficace e repressiva il diritto di manifestare.
È un passaggio chiave: meno giudici, più polizia; meno garanzie, più discrezionalità. La repressione non diminuisce: si riorganizza.
Frontiere e gabbie: migrazione come questione di polizia
Sul fronte migratorio, il pacchetto restringe ulteriormente lo spazio dei diritti: interdizione delle acque territoriali, rimpatri accelerati, riduzione della protezione sussidiaria, introduzione del concetto di paese terzo sicuro per limitare le richieste di asilo politico, limitazione all’accesso alla giustizia e smantellamento del gratuito patrocinio. Anche qui la risposta è sempre la stessa: più potere all’esecutivo, meno diritti alle persone.
Uno stato più armato, una società più fragile
Se approvati, questi interventi accentueranno lo squilibrio tra garanzie e uso della forza. Ciò che emerge è un mutamento di paradigma: uno Stato che rinuncia a comprendere il conflitto e sceglie di amministrarlo con la polizia; che governa la società non attraverso diritti e garanzie, ma attraverso controllo e anticipazione repressiva.
La sicurezza come ordine, come conformità, come silenziamento del dissenso diventa il principio ordinatore dell’azione pubblica. E se si va avanti a questo ritmo, presto le poche garanzie e diritti rimasti spariranno del tutto.
Eugenio Losco – avvocato penalista di Milano